Questione inevasa

A distanza di quasi un quarto di secolo dalla dissoluzione della prima repubblica e dall’emergere di forze politiche “nuove”, con messaggi meno mediati e con approdi culturali meno certi delle storiche forze emerse dalla Resistenza, resta comunque inevasa una domanda fondamentale della nostra società. Ovvero che ai diritti corrispondano adeguati doveri.

Quello che è un classico assioma del liberalismo, da noi ha sempre trovato un’applicazione timida, quasi che la cultura comunista e socialista, da un lato, e quella cattolica, dall’altro, abbiano sempre puntato le proprie attenzioni su una sacrosanta espansione dei diritti, dimenticando che questi non possono essere disgiunti da una forte attenzione ai doveri all’interno di una comunità.

All’inizio degli anni 90, seppure in modo confusionale, contraddittorio e talvolta opportunistico, la Lega prima e Berlusconi poi, posero la questione dei doveri associati ai diritti al centro dell’agenda politica del Paese. Il fatto che queste forze siano state votate anche da tanti convinti liberali (razzisti e protofascisti nonché opportunisti di ogni risma non li considero neanche) e che a distanza di tanti anni, pur fra scandali e vicissitudini di vario tipo, riescano ancora ad avere un certo consenso nel Paese, dimostra che la risposta a tale domanda è rimasta inevasa da parte della classe politica di centro sinistra.

Basta certificare che Berlusconi è stato sconfitto da sé stesso, sicuramente non da Bersani o dalla vecchia classe politica dei DS; e neanche dallo stesso Renzi. Questo attiene anche, se non principalmente, al fatto che a sinistra il connubio diritti/doveri non è mai stato affrontato veramente. Troppe timidezze, troppe reticenze nei confronti del sindacato, incapacità di incidere su veri e propri santuari di potere, ambiguità e nessuna sincera spinta riformista.

Le vicende della gestione dei migranti o dei Rom, solo per citare due argomenti agli onori della cronaca di questi giorni, è paradigmatica. La destra sarà sempre vincente fin quando non sarà detto chiaramente e senza reticenze anche da una sinistra che si chiama riformista a parole, che la cittadinanza non è solo data dal riconoscimento dei propri sacrosanti diritti ma anche, e in alcuni casi, soprattutto, dalla capacità di rendere qualcosa alla comunità, dalla necessità di rispettare le leggi, dal dovere di sapersi e volersi integrare.

Che poi destra e sinistra, come dimostrano i fatti delle ultime ore, abbiano allegramente gozzovigliato su queste emergenze è un’altra triste storia che però nulla toglie al ragionamento di cui sopra. Dimostra invece come una parte non trascurabile di un mondo che vive di cooperazione e che del diritto di migranti, Rom e minoranze varie si fa da sempre paladina, dovrà farsi un serio esame di conoscenza se non vorrà perdere definitivamente una credibilità che è scesa ai minimi termini.