Spunti(ni) post referendum

Ieri si è svolto il referendum sull’autonomia di Lombardia e Veneto. Vediamo di fare un po’ di chiarezza e di mettere in fila alcuni concetti su come non stia cambiando l’assetto istituzionale del nostro Paese. Alcune considerazioni:
1. In primo luogo il risultato del referendum non cambia niente. Le due regioni dovrebbero ottenere gli stessi modesti e mediati effetti che l’Emilia Romagna, risparmiando molti soldi e muovendosi in largo anticipo, otterrà probabilmente da questo Governo, senza dover aspettare, come nel caso di Veneto e Lombardia, che il nuovo Parlamento legiferi sulle richieste emerse nella consultazione di ieri. Ancora una volta, il pragmatismo emiliano –romagnolo prevale sull’ideologismo e sugli slogan ad effetto.

2. A cosa è dunque servito il referendum Lombardo-Veneto? Credo e temo sia servito unicamente a ricompattare il campo del centrodestra, a giocare la partita in funzione antigovernativa ed anti centrosinistra, a titillare gli umori più bassi e beceri di una parte dell’elettorato, ed in ultima analisi a colmare l’ego dei due Presidenti di regione che, pur venendo da storie e carriere profondamente diverse, ambiscono a passare alla storia come gli iniziatori della mini riforma istituzionale che concederebbe maggiori autonomie – ed in ultima analisi più soldi – alle loro regioni.

3. Mancando da molto anni da questo Paese, francamente non so quanto il tema del federalismo sia attuale e quanto i sussulti recenti all’interno della UE possano rinfocolare le tendenze comunque forti nella comunità lombarda ed ancora maggiormente nel tessuto sociale veneto. L’impressione è che la Lega di Salvini abbia parzialmente rinunciato a dare cittadinanza politica a tali tendenze, preferendo porsi come una forza nazionale di destra piuttosto che come unicamente il rappresentante politico di aspettative – spesso giuste – della parte più produttiva del Paese.

4. Le “maggioranze bulgare” che si profilano dimostrano che non si ha la benché minima chiarezza e idea sull’oggetto votato. La mia sensazione è che un referendum che prende il 90% dei consensi significhi fondamentalmente un voto di protesta più che di proposta. Protesta sempre e comunque contro chi siede al Governo, contro chi promette ma non fa, contro l’EURO, l’immigrazione, le tasse, gli statali inefficienti, fino ad arrivare alla protesta contro “Renzi in treno”, “Renzi che mette bocca sulla Banca d’Italia”, la Boldrini e le sue “risorse” e tutte le nefandezze della politica romana.

5. Nefandezze dalle quali, sia chiaro, non sono minimamente esenti i partiti e le colazioni politiche che esprimono gli attuali governatori di Lombardi e Veneto che, sorridenti e soddisfatti, annunciano solennemente l’avvio di una fase istituzionale nuova di cui sono i primi a non sapere bene di cosa si tratti. Ma sulle dimenticanze di quelle due regioni torneremo in seguito.

6. In merito alle maggioranze bulgare si può dedurre che i referendum non erano necessari, non si era di fronte a laceranti scelte di coscienza o a scelte politiche epocali, ma ad una pura e semplice presa d’atto di una necessità riconosciuta dalla quasi totalità delle forze politiche, di maggioranza e opposizione. Prova ne sia che non c’è stata alcuna battaglia politica, alcuno scontro tra fronte del Si e fronte del NO poiché il tutto è sembrato privo di alcun valore, se non quelli squisitamente politici (francamente di non grande dignità) cui ho fatto cenno sopra.

7. Emerge inoltre che ci stiamo avviando ad una ennesima occasione perduta, siamo ormai a fine legislatura e non c’è traccia di alcuna seria ed organica riforma istituzionale che renda i Paese maggiormente in grado di rispondere alle esigenze dei cittadini e più vicino alle loro istanze. Sulla “riforma Renzi” personalmente l’ho sempre pensata come Massimo Cacciari: faceva schifo me era meglio del nulla. Gli Italiani hanno scelto il nulla e quindi ne prendiamo atto e andiamo avanti con una macchina statale che palesemente non funziona più da parecchi anni. I referendum e le sacrosante tendenze autonomiste e federaliste sono l’ennesima prova che si procede a strappi e fughe in avanti, sempre pericolose e spesso controproducenti in assenza di un solido quadro istituzionale nel quale raccordarle.

8. Emerge inoltre l’assoluta inconsistenza in termini di ingegneria istituzionale – e non solo – della classe politica nella sua interezza. Il centrosinistra aveva appunto proposto una riforma confusa e incongruente, sonoramente bocciata dagli Italiani. Il Centrodestra, a distanza di oltre venti anni, risulta ancora una volta vittima ed ostaggio di Berlusconi, il cui ruolo è quello di tenere uniti pulsioni simili ma, specialmente sulle tematiche istituzionali, profondamente diverse quali quelle della Lega e di Fratelli d’Italia; mentre Forza Italia è semplicemente ridotta (e forse lo è sempre stata) a partito del presidente (come purtroppo il PD è ormai definitivamente il partito di Renzi). Del Movimento 5 stelle e delle sue elaborazioni in merito alle riforme istituzionali, aspettiamo, nell’ordine, cosa dice qualche magistrato più o meno in pensione, cosa dice qualche accademico eccentrico, poi mixiamo tutto con le sollecitazioni della “rete”, lo facciamo votare a 300-400 persone sul sistema Rousseau e poi decidono Grillo e Casaleggio. Quindi il nulla.

9. Un’ultima sommaria considerazione. Da circa 30 anni Lombardia e soprattutto Veneto protestano contro “Roma ladrona” e a favore di una più larga autonomia. In sintesi, chiedono più soldi. Il che andrebbe anche bene e, personalmente, credo che una struttura federalista o largamente autonomista non sia una bestemmia, a patto che esista uno stato forte ed un esecutivo in grado di governare. Altrimenti è una sciagura. Detto questo, mi preme sottolineare una cosa. La richiesta di ottenere più soldi e, più in generale, di forte critica agli sprechi dello stato centralista, arriva da regioni che quello stato centralista hanno contribuito a governare per decenni attraverso la loro classe politica. Le maggioranze strabordanti che la DC otteneva nelle campagne venete e lombarde nonché esponenti di spicco della stessa DC quali Rumor (più volte PdC) e Bisaglia non possono passare come semplici incidenti di percorso, ma fanno parte della storia di governo e sottogoverno di quelle regioni. Essersi accorti che la festa era finita ed essersi ricostruiti una verginità senza aver prima scontato i peccati ed anzi, impartendo agli altri lezioni di virtù, non è in linea con la morale cattolica di cui quelle due regioni dovrebbero conoscerne ed apprezzarne l’esercizio. Da quel sistema, con tutti i suoi pregi e difetti, Lombardia e Veneto non possono chiamarsi fuori come fecero a partire dall’inizio degli anni 90. In quel sistema hanno prosperato, i loro politici ed i loro imprenditori si sono arricchiti ed hanno rubato esattamente come in molte altre aree dell’Italia. La verginità che si sono riscostruiti negli ultimi 25 anni non ha alcuna ragione storica né tantomeno politica. E’ semplicemente opportunismo e sciacallaggio politico; a volte semplicemente “paraculismo” di fronte alla quale un’opinione pubblica disattenta, quando non connivente, ha semplicemente voltato la testa dall’altro lato. A maggior ragione nel momento in cui la classe politica” riverginata” espressa in questi ultimi anni si è dimostrata di spessore politico e culturale di molto inferiore a quella precedente ma di eguale – se non maggiore – voracità. I nomi li conoscete da soli.

10. Un bel esame di coscienza ed un sincero atto di contrizione sono la necessaria premessa per una confessione delle proprie colpe e per presentarsi di fronte alla propria comunità in “grazia di Dio”. Spero che promotori ed elettori del referendum non dimentichino di nuovo questo sano insegnamento cristiano.

L’articolo è stato anche pubblicato in data 24 Ottobre 2017 sul sito www.politicaprima.it