Epic fail?

L'Odissea di Christopher Nolan è il film dell'anno: 264 milioni di dollari al debutto, i biglietti in 70mm esauriti un anno prima dell'uscita. Sullo schermo c'è tutto l'epico che si possa desiderare. Manca solo il poema.

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Epic fail?
Illustrazione Oltrecortina, rielaborata - da Odysseus and Polyphemus (1896), Arnold Böcklin

Per vedere l'Odissea di Christopher Nolan in IMAX 70mm — le sole quarantuno sale al mondo capaci di proiettare la pellicola nel suo formato integrale — i biglietti sono andati in vendita un anno prima dell'uscita, e sono spariti nel giro di giorni; c'è chi si è prenotato una proiezione alle due o alle sette del mattino pur di esserci. Nel primo fine settimana il film ha incassato circa 264 milioni di dollari, il miglior esordio mondiale nella carriera del regista, con quasi sette milioni e mezzo di biglietti venduti nei soli Stati Uniti e circa un quinto dell'incasso globale generato dalle sole sale IMAX. Novantaquattro per cento di giudizi positivi su Rotten Tomatoes, il dato più alto di sempre per Nolan, e una A secca dal pubblico di CinemaScore. Prima ancora di parlare del film, insomma, va detto che è un evento. E che su Nolan gravano ormai aspettative talmente enormi da costituire, per chiunque, la peggiore delle premesse.

Esco dalla sala con un'impressione netta e un po' scomoda: Nolan ha reso perfettamente l'epica dell'Odissea, e quasi per niente la sua letteratura. Epica nel senso inglese di epic: il fantastico, il fantasmagorico, la meraviglia. Le onde che inghiottono le navi, il Ciclope, l'oltretomba girato sulle spiagge di sabbia nera dell'Islanda — girato sul serio, perché Nolan continua a preferire i luoghi veri agli effetti digitali, e per l'occasione ha realizzato il primo film della storia interamente ripreso con cineprese IMAX su pellicola 70mm, quella che ha definito la sua "ambizione più antica". Su questo piano non c'è partita: è spettacolo allo stato puro, e le trovate tecniche con cui ogni scena è stata costruita sono già mito nel mito.

È spettacolo allo stato puro, e le trovate tecniche con cui ogni scena è stata costruita sono già mito nel mito.

Il problema comincia quando i personaggi aprono bocca. Non mi aspettavo i versi, ma i dialoghi e le relazioni tra i protagonisti sono deludenti nella forma e nel contenuto: il poema che ha fondato un genere, e che a distanza di ventisette secoli resta un topos universale — da Dante a Joyce — viene appiattito su dinamiche di facile lettura…hollywoodiano insomma. Il caso più doloroso è il centro stesso della storia, il rapporto tra Ulisse e Penelope, che nell'originale è quello fra due intelligenze pari: è un legame fatto di astuzia — mêtis — e di attesa, con gli dèi di mezzo a complicare tutto. Nel film diventa qualcosa di più piccolo e più tenero: una versione dell'amor cortese da epica cavalleresca, un sentimento medievale trapiantato su una materia arcaica a cui non appartiene.

La stessa critica che osanna il film ci gira intorno. Far Out Magazine ha scritto che Nolan ha dato ai personaggi femminili "peso attraverso il casting, senza dare loro profondità attraverso la scrittura": un modo elegante per dire che affidare Calipso a Charlize Theron risolve sullo schermo un problema che nella sceneggiatura resta intatto. Deadline, in un pezzo peraltro benevolo, arriva a dire che l'Odissea "a tratti somiglia a un costosissimo show televisivo del sabato mattina anni Settanta, con ospiti a sorpresa ogni settimana". È esattamente la sensazione: una sfilata di star bravissime a cui viene chiesto di comparire, non di scavare.

L'eccezione — la sola — ha un nome, ed è quello che quasi tutti hanno notato. La Circe di Samantha Morton, l'attrice inglese cui Nolan concede pochi minuti, porta nel film un livello di complessità che altrove non c'è. Bitter, fragile, vendicativa, sola con i suoi animali in cima a una torre che cade a pezzi, è una maga che ha visto troppi uomini per non sapere di cosa sono capaci. Far Out scrive che Nolan "le concede giusto il tempo di rubare il film"; per la Hollywood Reporter la sua è la cosa più vicina all'horror puro che Nolan abbia mai girato. Il paradosso è tutto qui: l'unico personaggio a cui è stato dato spazio per sentire è anche l'unico che resta impresso. Gli altri restano nell’ovvio.

Da qui la spaccatura tra chi grida al capolavoro — c'è chi lo definisce addirittura filologico, e chi già lo dà per favorito agli Oscar, dopo i due vinti da Oppenheimer nel 2024 — e chi si straccia le vesti per l'ennesima americanata. Nolan resta un maestro assoluto della cinematografia, la regia tecnica è impeccabile, e proprio per questo il sospetto diventa più insidioso. Ha centrato la regia tecnica, forse meno quella artistica.

Perché l'Odissea, madre di tutte le saghe, avrebbe forse meritato due film, una Part I e una Part II costruite con calma, in cui trovassero posto le omissioni illustri e qualche respiro in più. Penso al celebre inganno del "Nessuno" con Polifemo, il gioco di parole con cui Odisseo acceca il Ciclope e poi si salva facendogli gridare agli altri Ciclopi che a fargli del male è, appunto, "Nessuno": nel film il Ciclope c'è, ma l'arguzia verbale che rende memorabile quell'episodio sopravvive a stento. È il tipo di gemma che si sacrifica quando bisogna far stare tremila anni di poema in tre ore.

Una mega-produzione statunitense non può che produrre quello per cui è ottimizzata: film ineguagliabilmente spettacolari che restano in superficie.

E forse qui il discorso diventa una questione di sistema. Una mega-produzione statunitense è una macchina chiusa e non può che produrre quello per cui è ottimizzata: film ineguagliabilmente spettacolari che restano in superficie. L'apparato lo si vede a occhio nudo — i biglietti in vendita con un anno di anticipo, l'IMAX che dedica tutte le sue sale al film per tre settimane, il secchiello dei popcorn a forma di cinepresa andato esaurito insieme ai posti. È un dispositivo pensato per fabbricare lo stupore, non l'interiorità, e lo fa meglio di chiunque altro al mondo. L'Odissea di Nolan è un film magnifico, ma il sistema che lo produce sa costruire qualsiasi cosa tranne, forse, la profondità che la materia richiede.