Il cambio della guardia
Il Regno Unito ha cambiato sette primi ministri in dieci anni. Il paese che ci insegnava stabilità e fair play scopre oggi la politica balneare. E in pieno British humour, l’opinione pubblica sceglie il candidato col bidone in testa.
Il 20 luglio Andy Burnham è entrato al numero 10 di Downing Street. Re Carlo lo ha ricevuto, si sono stretti la mano, Buckingham Palace ha diffuso la fotografia di rito: questa è la liturgia. Però nessuno lo ha votato: Burnham è il settimo primo ministro britannico in dieci anni, e tre di quei sette — Liz Truss, Rishi Sunak e ora lui — non hanno mai vinto un'elezione per l'incarico che ricoprono. Nel Regno Unito il primo ministro è il leader del partito che ha vinto le ultime elezioni: se il partito cambia capo, cambia il premier senza tornare alle urne, in modo perfettamente legittimo. Burnham ha vinto la leadership laburista dopo le dimissioni di Keir Starmer, e la sua nomina è stata una formalità. Il problema non è la regola, ma la frequenza con cui è servita dal 2016 a oggi.
Per trent'anni ci hanno detto di guardare a Westminster con invidia: governi che durano, alternanza vera, mica l’Italietta dei governi balneari...
Per trent'anni ci hanno detto di guardare a Westminster con invidia: governi che durano, alternanza vera, mica l’Italietta dei governi balneari. Bene. Il Regno Unito ha bruciato sette premier in dieci anni mentre l'Italia ha lo stesso governo dall'ottobre 2022. Il modello si è rotto e ci sarebbe da riderci, se non fosse che il conto di questa giostra lo paga un intero paese.
Giugno 2016: David Cameron, premier Tory, si dimette la mattina dopo aver perso il referendum sulla Brexit che aveva indetto. A Theresa May, stesso partito, va l’eredità scomoda che nessuno vuole: un’Inghilterra spaccata e disorientata. Resisterà tre anni prima di venire consumata dai suoi stessi deputati. Boris Johnson stravince nel 2019 e se ne va nel 2022 travolto dal Partygate, da una gestione tragicomica della pandemia e da una processione di scandali. Liz Truss dura quarantanove giorni — il mandato più breve nella storia britannica: il suo cancelliere presenta un pacchetto di tagli fiscali non coperti, la sterlina crolla ai minimi storici sul dollaro e la Banca d'Inghilterra deve intervenire d'urgenza comprando titoli di Stato per evitare il tracollo dei fondi pensione.
Un governo durato sette settimane è riuscito a scuotere i mercati abbastanza da richiedere un salvataggio della banca centrale.
È quindi la volta di Rishi Sunak, primo premier più ricco del re, insediato senza nemmeno una conta interna, che governa venti mesi e perde le elezioni del 2024. Infine Starmer, che dal trionfo elettorale nel luglio 2024 diventa uno premier più impopolari mai registrati in meno di due anni. Si è dimesso il 22 giugno con il 76% degli elettori insoddisfatti del suo operato (Ipsos), il dato peggiore mai rilevato per un capo di governo uscente.
Questo è il punto che dall'Italia si fatica a mettere a fuoco, perché siamo abituati a pensare l'instabilità come un vizio nostro. Una democrazia che cambia primo ministro ogni diciotto mesi non è soltanto uno spettacolo poco dignitoso: è un paese che smette di essere un interlocutore affidabile. In economia il caso Truss resta l'illustrazione più netta. In politica estera il danno è più lento e più profondo: gli alleati trattano con una porta girevole, i dossier ripartono da capo a ogni cambio di inquilino, e la parola data da un premier vale finché regge al potere. All'interno, ogni governo ha passato una quota del proprio tempo a disfare il precedente. Il risultato cumulativo è una classe dirigente che sembra incapace di governare persino se stessa. Ed è esattamente lo spazio in cui è cresciuto un uomo che ha promesso di dare fuoco a tutto quanto.
Nigel Farage non è il Vannacci degli inglesi. Vannacci è un sintomo, un (ex) generale prestato alla politica che dice ad alta voce quello che un pezzo di elettorato pensa, dentro il partito di un altro, e per una stagione. Farage è una causa. Trent'anni di vita pubblica, tre partiti costruiti dal nulla — l'UKIP portato alla rilevanza, poi il Brexit Party, poi Reform UK — un referendum che ha cambiato la traiettoria del paese e un seggio a Clacton conquistato nel 2024, al suo ottavo tentativo di entrare in Parlamento. Il paragone giusto, semmai, è con Salvini: l'uomo che ha trasformato una forza fringe in forza di governo e ha piegato il centro verso di sé. Con una differenza non da poco: il suo referendum, Farage, l'ha vinto.
Per un anno abbondante la strategia ha funzionato: Reform è rimasto in testa ai sondaggi per mesi, e alle amministrative del maggio 2026 ha travolto i laburisti nelle loro roccaforti. Da lì la richiesta, ripetuta anche in questi giorni, di tornare subito alle urne. "Quest'uomo non ha alcun mandato", ha detto Farage del nuovo premier Burnham. Poi la corazza si è incrinata. Sotto inchiesta per finanziamenti mai dichiarati — un regalo milionario da un miliardario delle criptovalute con base in Thailandia e denaro da un criminale condannato, rivelati rispettivamente dal Guardian e dal Sunday Times — e a rischio sospensione per lo stesso motivo, Farage si è dimesso dal seggio di Clacton e si è ricandidato, per farsi assolvere dagli elettori prima che il procedimento disciplinare lo travolgesse. Starmer l'ha liquidata come "una trovata disperata"; persino i conservatori l'hanno bollata come "finta" e, come i laburisti, hanno rinunciato a presentare un candidato. E con l'arrivo di Burnham il vantaggio di Reform nei sondaggi sembra evaporato ulteriormente.
A dieci anni dal voto referendario che ha cambiato gli equilibri europei, la maggioranza degli inglesi dice che la Brexit è stata un errore — il 56%, fonte YouGov — e messi davanti alla domanda diretta, oggi voterebbero per rientrare con percentuali che si aggirano intorno al 55. Eppure l'uomo che li ha portati fuori dall’UE è rimasto in testa per un anno. Il rimpianto per la Brexit, anziché affondare Farage, sembra alimentarlo: è sempre lui a intercettare la rabbia contro l'establishment, categoria che adesso include i governi che avrebbero dovuto rimediare.
A dieci anni dal voto referendario che ha cambiato gli equilibri europei, la maggioranza degli inglesi dice che la Brexit è stata un errore.
Ora gli occhi sono puntati sul collegio di Clacton, nell’Essex, per il voto del 13 agosto. Con i grandi partiti che disertano, Farage si trova davanti un record di 34 candidati — la lista più affollata mai vista per un'elezione parlamentare britannica, secondo il consiglio che la amministra. Tra loro, spicca Count Binface (il Conte Monnezza), un comico che fa campagna con un bidone di metallo in testa e che si è già candidato contro Boris Johnson, Rishi Sunak e lo stesso Andy Burnham. Una provocazione, una boutade. Eppure il 33% degli inglesi, su scala nazionale, lo preferirebbe a Farage (Ipsos). Anche se a Clacton la vittoria di Nigel Farage resta lo scenario più probabile, l’opinione pubblica ha scelto il bidone - che presentandosi come tale è l’unico che gioca a carte scoperte.
Ennesimo cambio della guardia quindi, tra sindaci rampanti, populisti in pole position e un comico vestito da pattumiera. Visto da Roma — dove il governo, piaccia o meno, è saldamente in sella dal 2022 — il paese che ci ha insegnato la stabilità somiglia più alla fase finale della Prima Repubblica, seppur con la sobrietà altèra di Downton Abbey.