La belvata
Una domanda sulla maternità, una piazza sulla Costiera e invece di discutere di giornalismo il paese si divide in tifoserie: "il patriarcato" contro "da che pulpito". Hanno torto tutti e due — ma non nel modo che credono.
La scena è di quelle che l'estate italiana produce in serie: una piazza di Minori, Costiera amalfitana, la rassegna Appuntamenti d'Estate, un libro da presentare — Mala. Roma criminale — e sul palco due giornalisti. Da una parte Francesca Fagnani, quarantanove anni, che con Belve ha costruito il format d'intervista più riconoscibile della televisione italiana. Dall'altra Gigi Marzullo, settantadue, il volto Rai della notte, uno che di mestiere fa domande a bassa voce da decenni e che ha trasformato l'interrogativo esistenziale in un genere (altamente parodiato).
La conversazione scivola presto dal libro alla vita privata. Poi arriva la domanda, che nelle immagini rilanciate dalle agenzie suona più o meno così: “le manca non essere diventata madre?” (le versioni girate sui social differiscono di qualche parola, la sostanza no).
Fagnani risponde, ma prima mette un cartello: "Ti rispondo per fare felice te, ma non perché io lo ritenga un argomento da usare nelle mie interviste". Poi entra nel merito: "Mi manca un figlio? Non ho la prova del contrario, non avendo figli non ho vissuto quell'esperienza. Mi manca qualcosa che non conosco? Non lo so. È una gioia immensa che non ho vissuto? Sicuramente". E chiude: "Penso che la maternità si esplichi in mille modi diversi: con gli amici, con la famiglia, con i cani". Marzullo prova la difesa d'ufficio del mestiere: "Io sto parlando con una Belva, è giusto essere un po' pungente". Lei non la beve: "E io ti rispondo da Belva. Ma non sei pungente, fai una domanda che nel 2026 non è giusto porre". Lui insiste — ogni domanda è giusto porla, semmai può mancare la risposta — e lei taglia: una domanda può essere ben posta o mal posta, e chiedere in pubblico a una donna perché non è diventata madre, nel 2026, è sbagliato. In piazza il brusio non è dalla sua parte: Marzullo aggiunge, quasi a scusarsi, che nemmeno lui è diventato padre.
In ventiquattr'ore la clip è ovunque, e l'Italia fa quello che sa fare meglio: si divide in due curve.
In ventiquattr'ore la clip è ovunque, e l'Italia fa quello che sa fare meglio: si divide in due curve. Sulla prima si grida al patriarcato: a una donna quella domanda non si fa, punto, perché sottintende una mancanza, una vita incompiuta. Sulla seconda si grida "da che pulpito" ed è la curva più rumorosa, perché ha in mano un fascicolo. Il giornalista televisivo Massimo Falcioni ha montato in una clip — anch'essa virale — un'antologia delle domande che Fagnani ha rivolto negli anni alle sue ospiti su maternità, gravidanze interrotte, scelte private. Il pezzo forte è del 2018, a Katia Ricciarelli: prima di sposarsi rimase incinta di Pippo Baudo, che la convinse ad abortire, perché? E subito dopo: è una cosa che rimprovera più a se stessa o a lui? Al confronto, la curiosità di Marzullo sembra un convenevole.
L'obiezione, insomma, non è campata in aria. Ma qui faremo una cosa che nelle guerre di tifoseria non si usa: distinguere. Perché la differenza tra le due situazioni esiste e non c’entra né il sesso di chi chiede né la data. Si chiama patto. Belve è un dispositivo dichiarato: la scheda del programma dice che gli ospiti accettano le regole, cioè raccontarsi senza filtri e rispondere a domande dirette e spesso irriverenti. Chi si siede su quello sgabello sa esattamente dove sta andando. C'è persino una regola non scritta che in Italia suona esotica: su quel palco non si va a promuovere il proprio prodotto. Il patto è chiaro e in cambio della sua durezza offre una tribuna, o anche solo il diritto di reagire. Una piazza estiva in Costiera per presentare un libro d'inchiesta sulla criminalità romana non è quel dispositivo. Nessuno, salendo su quel palco, ha firmato niente. Questa è la ragione seria per cui la domanda di Marzullo era fuori posto: non perché sia il 2026, ma perché era la stanza sbagliata.
Nel fastidio del momento, Fagnani non ha avuto la prontezza di dire questo, ma “nel 2026 non si fa”, una regola assoluta, una categoria di domande vietate per statuto — tra le due, la posizione più debole perché consegna ai suoi critici l'intero arsenale. Se la maternità è terreno interdetto in sé, allora lo era anche per Ricciarelli & Co. Se invece il punto è il contesto e il consenso, l'argomento regge, ma smette di essere una barricata identitaria e torna a essere ciò che è: una questione di mestiere.
Chiedere a un uomo di settantadue anni perché non ha figli è una curiosità biografica; chiederlo a una donna è un verdetto.
Detto questo, l'asimmetria esiste. Chiedere a un uomo di settantadue anni perché non ha figli è una curiosità biografica; chiederlo a una donna è un verdetto, perché arriva carico di secoli in cui il valore femminile è stato misurato in figli prodotti. Lo si vede anche da come il fatto viene raccontato: nessuno ha titolato sulla mancata paternità di Marzullo, che pure ha ammesso in diretta. E lo si vede da quanto poco serva essere donne per essere immuni. Nel luglio 2016, in piena corsa a Downing Street, Andrea Leadsom disse al Times che essere madre le dava "una posta in gioco reale" nel futuro del Paese, a differenza della rivale Theresa May, che figli non ne aveva. Fu travolta, si scusò con May e pochi giorni dopo si ritirò dalla corsa. La maternità come titolo di merito politico è un ordigno che esplode in mano a chiunque lo maneggi.
C'è poi il dettaglio che rende quella domanda tutt'altro che privata, proprio nell'Italia di oggi. Nel 2025 sono nati circa 355mila bambini, il 3,9% in meno dell'anno prima; il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, il minimo mai registrato; il saldo tra nati e morti è di quasi trecentomila unità in negativo, l’equivalente di una città media cancellata in dodici mesi. Da anni la denatalità è trattata come emergenza nazionale, con tanto di appelli dal Quirinale e fertility day. In un Paese così, la domanda "perché non hai fatto figli" non cade in un vuoto pneumatico, ma in un discorso pubblico che ha trasformato l'utero in una voce di bilancio. Non è paranoia femminista notarlo, è leggere il contesto (che poi è il primo dovere di chi fa domande).
C’è poi una questione tecnica, ovvero la differenza tra una domanda che apre e una che chiude. Quella a Ricciarelli, per quanto spietata, verteva su un fatto già pubblico della sua biografia e chiedeva un perché: brutale, ma andava da qualche parte. “Le manca non essere diventata madre?” non è giornalismo: è la conversazione da tavolata delle famiglie italiane, la domanda che ogni zia rivolge ogni Natale, promossa a intervista perché c'è un microfono in mezzo. Non produce notizia, non produce verità, non produce nemmeno imbarazzo utile. Produce soltanto una clip virale.
La domanda "perché non hai fatto figli" non cade in un vuoto pneumatico, ma in un discorso pubblico che ha trasformato l'utero in una voce di bilancio.
Forse la clip di Minori ha funzionato così bene — milioni di visualizzazioni, due fazioni, tre giorni di rassegna stampa — perché fa esattamente ciò che quindici anni di televisione confessionale ci hanno insegnato a consumare: qualcuno che, in diretta, si incrina. Fagnani ha costruito su questo un format eccellente; Marzullo, in tono minore e in orario notturno, aveva fatto lo stesso per decenni. Stavolta il meccanismo si è rivoltato contro chi lo ha perfezionato, e la sola cosa che il pubblico ha saputo farne è stata scegliersi una squadra, perdendo la capacità di rispondere se non arruolandosi. Una belvata, insomma.