Le allegre comari di Wimbledon

Due settimane l'anno, a Londra, gente ricchissima finge di guardare il tennis. Piccola guida al più antico sport inglese: sembrare a casa propria in un posto che non ti appartiene.

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Le allegre comari di Wimbledon


Per quattordici giorni, ogni Luglio, il Centre Court di Wimbledon smette di essere un campo da tennis e diventa il set di un reality sul denaro. In campo va in scena lo sport, in tribuna il gioco vero: il who's who del capitale globale, che a Church Road tiene una delle sue sagre annuali. Coi suoi santi in processione, fedeli in ghingheri e ipocrisia in bella mostra.

I santi, quest'anno, li ha diligentemente catalogati l'ATP, che per la finale ha stilato l'elenco delle star come si fa coi credits di un film — il tennis, quel giorno, faceva da sfondo. Jennifer Lopez, Ben Stiller, Nicole Kidman, e in prima fila Anna Wintour, che a Wimbledon presiede l'apparire con lo stesso piglio con cui altrove presiede la moda: la sacerdotessa del gatekeeping che scende a benedire il rito.

Nei tredici giorni prima, la sfilata era stata anche più fitta. David Beckham — riporta la stampa britannica — è rientrato apposta dagli Stati Uniti, dove si trovava per i Mondiali, giusto in tempo per sedersi in prima fila con mammà e il figlio Romeo, a distanza ma sempre fotografabile. Stanley Tucci, che i tabloid hanno promosso "britannico onorario", si è materializzato in tribuna col tempismo di chi conosce a memoria il proprio segno sul palco. E poi Bad Bunny nel Royal Box, perché ormai il rito ingoia tutto: reggaeton e fragole con panna.

Chiamiamola col suo nome: è una gigantesca, paesanissima messa della Domenica. La stessa in cui, nei paesi, ci si vestiva di tutto punto più per i vicini che per Dio...

Solo che qui i vicini sono trentacinque milioni di spettatori in mondovisione, e il vestito buono è un abito da red carpet indossato su un prato. Non ci vanno per il tennis: per loro presenziare è un turno di lavoro retribuito in visibilità e posizionamento.

Qui la sagra smette di far ridere e comincia a far pensare. Perché mentre le comari facevano gli straordinari davanti agli obiettivi, i padroni veri di quelle poltrone stavano facendo l'unica cosa che al loro livello conta: incassare. I posti più esclusivi del Centre Court sono le debenture, un diritto quinquennale alla sedia che — caso unico a Wimbledon — si può rivendere legalmente. Solo che ha smesso di essere un biglietto ed è diventato un titolo quotato. Sono strumenti finanziari regolati dalla Financial Conduct Authority; così finanziari che il governo di Londra, mentre metteva al bando i bagarini di concerti ed eventi, li ha graziati — non più biglietti ma veri e propri asset.

E il grosso della domanda arriva da fuori: compratori americani soprattutto, che trattano la poltrona londinese come si tratta un immobile o un'obbligazione.

Rendono, e parecchio. Secondo dati del market-maker Dowgate Capital ripresi da Bloomberg, un pacchetto di debenture del Centre Court per il ciclo 2026-2030 viaggia ormai oltre le 200.000 sterline, con plusvalenze intorno al 75%. Un possessore, racconta il capo del trading, aveva pagato due rate su tre di un titolo che dà accesso a partite non ancora giocate, e l'ha rivenduto realizzando un profitto del 121%. Non ha visto una singola partita, né gli interessava vederla: il punto non è esserci, è possedere il diritto di esserci e girarlo a qualcun altro con la calma di chi stacca una cedola.

Lo scarto fa pensare. In fondo alla piramide ci sono gli appassionati veri, quelli che tentano il ballot (probabilità di ammissione al Centre Court sotto il 5%), quelli che si alzano all'alba per il Grounds Pass a 33 sterline, o quelli che tentano di pescare al chiosco un posto restituito per una quindicina di sterline — il cui ricavato va in beneficenza. La mancia dei poveri finanzia la virtù di un club che sulle poltrone dei ricchi ha nel frattempo costruito un mercato internazionale (che si regge sui capitali esentasse dei bagarini). In cima, il finanziere che tratta il posto in tribuna come un BTP. Nel mezzo, sospese e sudate, le nostre comari: troppo danarose per la fila, non abbastanza arrivate per fregarsene della fila. Costrette a esserci. Costrette a farsi vedere. Perché l'unico privilegio che non possono comprare è quello che conta davvero — l'indifferenza.

Un paradosso ancor più antico di Wimbledon. Chi lo status lo ha davvero non lo certifica in diretta streaming: resta a casa a incassare. Chi si presenta in pompa magna sta dichiarando, senza accorgersene, l'esatto contrario di ciò che vorrebbe dire. Viene in mente Falstaff, il cavaliere al verde de Le Allegre comari di Windsor: ambisce a un'appartenenza che non ha, ma le nobildonne lo sgamano al primo sguardo e lui finisce nel Tamigi assieme ai panni sporchi. Anche la platea di Wimbledon capisce chi è di casa e chi è salito in tribuna a recitare la parte.