Mi manda Mamdani

A New York il sindaco socialista apre i supermercati comunali e i liberal nostrani già sognano di clonarli sui Navigli. Peccato che "supermercato" a Manhattan e a Milano siano pianeti diversi...

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Mi manda Mamdani


L'esterofilia da inserto gastronomico è quella per cui una qualsiasi trovata americana, se ha l'aggettivo giusto — sociale, sostenibile, pubblico — viene accolta come la scoperta dell'acqua calda. L'ultimo caso è Zohran Mamdani e i suoi supermercati comunali. La stampa progressista li racconta come una rivoluzione e c'è già chi si domanda quando potremo averli anche noi. Ma forse faremmo meglio a chiederci: funzionano? E soprattutto, servono?

Mamdani, in carica come sindaco da Gennaio, ha stanziato 70 milioni di dollari per avviare cinque negozi di alimentari di proprietà comunale, uno per distretto, entro fine mandato. Il primo, a East Harlem, ne costerà da solo 30 — metà del budget — per 800 e metri quadrati : oltre 35000 dollari al metro, cifra che secondo la testata di policy urbana Vital City eccede di molto quanto costerebbe allestire un negozio privato comparabile. Apertura prevista, forse, nel 2027. Entro il 2029 invece, l'ambizione è dotare la Grande Mela di cinque punti vendita. In una città di otto milioni di persone, anche a volerci credere è un gesto, più che una politica dei prezzi.

Il problema che Mamdani aggredisce è reale. A New York la spesa è diventata proibitiva e l'insicurezza alimentare, già nel 2023, sfiorava il 17% della popolazione — centinaia di migliaia di persone che saltano i pasti nella città più ricca del mondo. Il punto è che i conti non tornano.

Il meccanismo del sussidio, soprattutto applicato in questo modo, non solo non risolve la questione dei prezzi ma pone un tema di concorrenza sleale verso le migliaia di bodegas e piccoli negozi di quartiere.

Lo sconto vero del piano Mamdani non nasce dal "senza scopo di lucro": nasce dal fatto che il supermercato solidale non pagherà affitto né tasse, perché su suolo pubblico. Cioè beneficierà di un sussidio. Ottimo per chi ci entra, ma è concorrenza asimmetrica verso le migliaia di bodegas e piccoli negozi del quartiere che affitto e tasse continueranno a pagarli — e che nel raggio di 35 minuti a piedi dal primo punto vendita sono già quarantacinque. Altro che deserto alimentare: una foresta in cui il Comune pianta un albero sovvenzionato accanto a chi cresce da sé. Perfino la presidente del Consiglio comunale, alleata di Mamdani, ha storto il naso. Non si tratta nemmeno di un negozio "sovietico" gestito dallo Stato, come strillano i detrattori: la città mette il capitale, la gestione va a un operatore privato scelto per gara. Il meccanismo è il sussidio, che lo rende meno spaventoso per i nuovi maccartisti ma anche meno rivoluzionario di come lo dipinge la tifoseria.

Il dato-bandiera del sindaco — "a New York i prezzi del cibo sono saliti del 66% in un decennio", ripetuto pari pari da mezza stampa italiana — pure traballa. Come ha ricostruito il City Journal, quel 66% non misura i prezzi ma la spesa complessiva per il cibo a casa, gonfiata dai consumi dei ceti più abbienti che vivono nei sobborghi e comprano in supermercati premium; l'aumento reale dei prezzi, nell'area metropolitana, è circa la metà. Un numero sbagliato che diventa manifesto politico: la fotografia perfetta dell'operazione.

E i precedenti non consolano. Il supermercato pubblico di Kansas City ha chiuso, tra conti in rosso e taccheggio, dopo aver bruciato milioni. Quello di Atlanta, aperto nel 2025, regge — ma lo gestisce un privato, fa 600-700 clienti al giorno con uno scontrino medio di 13 dollari: la spesa d'emergenza, non quella di famiglia. L'unico modello che dura da anni è quello dei paesi da poche centinaia di anime, dove alternative non ce ne sono. Chicago ci aveva pensato sul serio, ha fatto uno studio e ha lasciato perdere. Dove il mercato già c'è, la "public option" del carrello non ha mai spostato i prezzi. Lo dice al New York Times anche chi studia la materia: cinque negozi avrebbero comunque un impatto marginale.

La trovata di Mamdani, anche se lodevole, da questa parte dell'oceano non ha molto senso.

Non ha alcun senso, se non quello dell'esterofilia tifosa, rivendicare l'iniziativa nel nostro paese. "Supermercato" negli Stati Uniti e "supermercato" in Italia sono due cose molto diverse. Qui la marca del distributore — dai range di base a quelli premium, come Esselunga Top o Coop Fior Fiore — vale ormai il 30% del mercato e supera i 30 miliardi di euro. Un'offerta a cui il 70% degli italiani riconosce un buon rapporto qualità/prezzo e che quasi la metà giudica pari o superiore ai marchi industriali (dati NielsenIQ e Circana), e i "primi prezzi" arrivano a costare fino a metà del prodotto di marca. Tradotto: anche in fascia bassa, sullo scaffale italiano e forse europeo in genere c'è una qualità che negli Stati Uniti, a quel prezzo, non solo non è scontata. Non esiste per ragioni sitemiche.

Garantire l'accesso ai generi di prima necessità alle fasce più deboli pure non è un problema recente. Pur in assenza di supermercati comunali sovvenzionati, l'Italia ha da tempo qualcosa di più capillare e meno ideologico. A partire dagli empori solidali - oltre duecento dal 1997, gestiti non dal Comune ma da Caritas, associazioni e volontari - dove le famiglie con l'ISEE giusto fanno la spesa gratis o quasi con una tessera a punti. Cui si aggiunge la fitta presenza di mercati rionali, dove il prezzo si può ancora trattare e c'è un rapporto diretto col fruttivendolo. O ancora la lunga tradizione mutualistica da cui è nata la Coop. Un welfare alimentare di prossimità, fatto di rete e non di taglio del nastro.

Il modello che Mandani propone, in questo caso, più che una rivoluzione è un sussidio costoso e mal mirato - anche se portare la questione al centro del dibattito è un gesto importante, e glie ne diamo atto. I nostri liberal, invece, da quant'è che non riempiono il carrello spulciando le offerte?