Quello che i GHEI non dicono

Confessions II di Madonna, recensito con oggettività scientifica da chi ha ballato il primo nel 2005 e non si è mai ripreso.

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Quello che i GHEI non dicono


C'è una regola non scritta, ma applicata con un rigore da tribunale militare: di Madonna, in certi ambienti, si può dire solo bene. Chi è cresciuto con True Blue e non l’ha mai abbandonata, su su fino a Confessions on a Dancefloor nel 2005, non si è più ripreso. E va bene che si chiama come la Vergine, ma questa cosa dell’eresia è sfuggita di mano: Confessions II arriva già assolto prima del processo.

Ascoltato da sobri, il disco è due cose insieme: un ritorno perfettamente riuscito e una fotocopia fatta benissimo. Per Madonna è il quindicesimo album in studio, il primo in sette anni, e vede il ricongiungimento artistico con Stuart Price, produttore del primo Confessions. Sedici tracce per un'ora di mix ininterrotto tra echi del passato, collab strategiche (Sabrina Carpenter), agiografia e processo a se stessa (cit.). Un comeback album che è andato dritto al numero uno in classifica con 134mila copie, meglio di Madame X. E il tutto a sessantasette anni. Fin qui, il trionfo.

Poi però leggi le recensioni — quelle entusiaste, le stroncature non esistono — e scopri che la parte scomoda l'hanno già scritta loro. Variety lo incorona il suo miglior disco da vent'anni, e nella stessa riga ammette che nella seconda metà si fa omogeneo, che poteva chiudere prima e forse avrebbe dovuto. Il Guardian, che non è di manica larga eppure lo promuove, mette nero su bianco che non è all'altezza dell'originale: è semplicemente il suo disco migliore da allora. Che tradotto significa: la cosa più bella che ha fatto in vent'anni è ricalcare la cosa più bella che aveva fatto vent'anni fa.

Si può amare una regina e ammettere che ogni tanto ricicla il vestito. Forse, l'unico vero atto d'amore.

E qui sta il punto, che non è affatto Madonna. Di fronte a lei ci genuflettiamo tutti, per mille e più meriti, da quelli artistici alla tigna di imbarcarsi ancora in progetti titanici. Come il biopic alla My way — scritto da lei, diretto da lei, prodotto da lei che infatti si è arenato, perché il vento è cambiato e i budget si fanno risicati anche per i film sulle divine. O adesso il disco dei dischi, con una campagna di lancio come non se ne vedevano da HIStory di Michael Jackson (quella con le statue del Prince of Pop nelle varie città…chiedete a Gemini).

Dicevo, il punto siamo noi che abbiamo trasformato il giudizio critico in tradimento e la recensione tiepida in bestemmia, neanche stessimo sputando sulla bandiera. Lei il gioco lo conosce e lo cavalca: apre il disco spiegandoci che la pista non è un luogo ma una soglia, uno spazio dove il corpo pensa al posto delle parole — dichiarazione furba che blinda l'album dietro un manifesto disinnescando in partenza l'obiezione. Chi obietta è misogino, ageist, o più semplicemente rosica.

Poi ci sono i momenti in cui il trucco si scioglie e resta la verità: Fragile, il pezzo per il fratello Christopher scomparso nel 2024, per anni affiatato braccio destro e poi autore di un memoir al vetriolo che comporta un'inevitabile rottura. The Test, il duetto con la figlia Lourdes. La ballata finale che spegne le luci del club. Per qualcuno, le tracce in cui torna vulnerabile sono quelle che tengono in piedi l'intera operazione — e non è un caso che siano proprio quelle in cui rischia meno di ripetersi.

Questo pezzo è scritto da dentro, con la tessera in tasca e i dischi di Madonna consumati. Confessions II è il primo lavoro alla sua altezza da tanti anni a questa parte, e va benissimo così. A patto di poterlo dire senza penitenze (ve l'ho detto che sta cosa della liturgia è sfuggita di mano...).