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# Respiro
- URL: https://www.oltrecortina.com/respiro/
- Published: 2026-07-26T12:31:32.000Z
- Updated: 2026-07-27T07:49:43.000Z
- Description: A Bologna un uomo muore a faccia in giù, tenuto a terra dalla polizia, mentre chiede aiuto e nessuno interviene. Sei mesi fa Strasburgo aveva condannato l'Italia per una morte quasi identica. Oltre la responsabilità penale, è una questione di sguardo.
- Author: Oltrecortina
- Tags: Politica

C'è un video di circa cinque minuti che è difficile guardare fino in fondo. Un uomo è a terra, a pancia in giù, in una strada del Pilastro nella periferia nordest di Bologna. Sopra di lui due agenti di polizia: uno a cavalcioni sulla schiena, uno sulle gambe. Un terzo uomo, un civile, gli tiene ferme le caviglie. L'uomo a terra urla — "Aiuto, basta, basta", riporta l'Ansa citando quelle che sarebbero le sue ultime parole. Poi i lamenti si fanno più deboli, fino al silenzio. A un certo punto un agente gli dà una pacca sulla spalla, per capire se è ancora cosciente.   
  
Il corpo senza vita è quello di Abderrahim Fakir, quarantadue anni, marocchino, in Italia da quando ne aveva sette — una vita intera senza mai ottenere la cittadinanza, tanto da aver presentato domanda d'asilo. Faceva il facchino, viveva a Sasso Marconi con la moglie, e quel giorno era al Pilastro per trovare un amico. Secondo le testimonianze raccolte da Internazionale era in stato confusionale e chiedeva aiuto; qualcuno aveva chiamato i soccorsi, ma i poliziotti erano arrivati prima e — sostengono i testimoni — dopo lo spray urticante lo avevano immobilizzato a terra in posizione prona per ammanettarlo, una tecnica che la letteratura medica considera potenzialmente letale. Secondo la questura gli agenti erano stati chiamati per una "persona in escandescenza", aiutati da passanti dopo il danneggiamento di un'auto, e i soccorsi prontamente allertati. L’uomo sarebbe morto "dopo le operazioni di contenimento, anche alla presenza dei sanitari".  
  
Le responsabilità sono tutte da accertare, e per verità-e-giustizia ci vorrà tempo. I due agenti sono indagati per omicidio colposo, l'inchiesta si è allargata ai sanitari del 118, e la procura parla di sei persone "sotto la lente" e di fatti "più estesi" dei cinque minuti di video; il difensore dei poliziotti li descrive come "due ragazzi molto giovani" che avevano "cercato in ogni modo di tutelare" Fakir, e che avrebbero chiesto "per ben due volte" l'automedica. L'autopsia del 24 luglio, sei ore al Sant'Orsola, ha trovato i polmoni pieni di sangue — quadro compatibile con il soffocamento — e nessuna frattura; ai periti servono novanta giorni per dire se l'emorragia sia stata causa diretta o concausa, insieme alla compressione del torace, allo spray, a eventuali patologie.

> Il punto è che non è la prima volta. E soprattutto: era già stato detto, in modo solenne e recentissimo, che così si uccide.

Il punto è che non è la prima volta. E soprattutto: era già stato detto, in modo solenne e recentissimo, che così si uccide. Il 15 gennaio di quest'anno la Corte europea dei diritti umani ha condannato l'Italia per la morte di Riccardo Magherini, ex calciatore fiorentino, avvenuta nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014 a Firenze. Anche Magherini era in stato di alterazione — sotto l'effetto di cocaina, in preda al panico — ed era finito a terra, tenuto in posizione prona dai carabinieri per un quarto d'ora abbondante, anche dopo che aveva smesso di muoversi. Anche lui, quella notte, aveva gridato: "Aiuto, aiuto, sto morendo".   
  
In Italia i militari erano stati assolti in via definitiva dalla Cassazione, nel 2018, con la motivazione che la morte non era “prevedibile" perché le forze dell'ordine "non avevano le competenze specifiche" su quella pratica. Strasburgo ha ribaltato la prospettiva: non c'era "l'assoluta necessità" di tenerlo a terra, l'immobilizzazione prona ha costituito un uso eccessivo della forza e ne ha causato la morte, le linee guida erano inadeguate, gli agenti non erano formati, l'indagine non era stata effettiva. A maggio la Grande Camera ha respinto il ricorso dell'Italia e reso la condanna definitiva.  
  
I fatti: la più alta corte europea sui diritti umani ha detto all'Italia, meno di sei mesi prima del Pilastro, che quella tecnica uccide, che chi la usa non è formato per usarla, e che quando ammazza nessuno risponde. Poi è morto Abderrahim Fakir, nello stesso modo, con le stesse parole in bocca. È un incidente o un copione che conosciamo, che un tribunale ha già scritto per esteso, e che abbiamo scelto di non leggere? 

> È un incidente o un copione che abbiamo scelto di non leggere? 

Bologna, città da sempre sensibile ai temi di giustizia sociale e diritti civili, non ci sta. Il 20 luglio il sindaco del PD Matteo Lepore ha convocato in piazza del Nettuno un "momento di raccoglimento", volutamente senza palco né interventi politici, per non offrire il fianco alle strumentalizzazioni. Sono arrivati in cinquemila: famiglie, comunità islamiche, sindacati, centri sociali, semplici cittadini. La sorella di Fakir, Khadija, è svenuta al microfono; ha parlato la nipote, Yossra, ha chiesto "verità, giustizia, rispetto e umanità", prendendo le distanze da ogni forma di odio. Il paragone con George Floyd lo ha fatto il New York Times, non solo gli striscioni. Poi una parte del corteo si è mossa verso la prefettura e la questura e lì è arrivata la notte peggiore: bombe carta, transenne e biciclette usate come barricate, auto incendiate, il grido “assassini”. La polizia ha risposto con cariche, lacrimogeni e idranti. Undici i feriti tra agenti e manifestanti, due i fermati.  
  
Nel frattempo il sindacato di polizia ricordava che Fakir aveva "un curriculum criminale di primo piano” mentre la sua avvocata lo ricordava "educato e gentile”. Ma anche una fedina penale irregolare non cambia il fatto che si possa morire a faccia in giù, chiedendo aiuto, mentre chi può soccorrerti resta a guardare. Si può discutere degli scontri. È più difficile discutere dell'indignazione: davanti a quelle immagini, un corpo sociale sano perde il fiato.  
  
Il caso Fakir oltre ad essere l’ennesima pagina buia di cronaca pone una domanda su di noi. L’orrore di quel video è stato possibile perché, a un certo punto, quell'uomo ha smesso di essere letto come un uomo che sta male e ha bisogno. La sua vita era solo “soggetto da contenere”: un problema di ordine pubblico, non una persona. Un corpo che si dimena, non un fratello che muore. L'empatia si è spenta e con essa l'obbligo elementare di intervenire. L’orrore ha una sua procedura.

> La sospensione dell’empatia è la prima mossa, indispensabile, di ogni abominio.

Perché la sospensione dell’empatia è la prima mossa, indispensabile, di ogni abominio. Prima di poter fare del male a un altro essere umano su larga scala bisogna smettere di vederlo come un essere umano e ridurlo a categorie inanimate e astratte come ‘numero’, ‘minaccia’, ‘soggetto’. Hannah Arendt la chiamò banalità del male: la disinvoltura con cui persone comuni amministrano l'orrore, una volta che l'altro è diventato una pratica da sbrigare. Sono gli stessi meccanismi che, portati fino in fondo, hanno reso possibili i genocidi del Novecento — e che riconosciamo, se abbiamo il coraggio di guardare, anche in ciò che scorre oggi sotto i nostri occhi: nel modo in cui parliamo degli esseri umani che migrano — invasione, numeri, "irregolari" — e nell'assuefazione con cui consumiamo ogni giorno, sullo schermo del telefono, le immagini del lento ma inesorabile sterminio a Gaza. Non è un salto retorico: da un uomo a terra sull'asfalto bolognese fino ai grandi crimini la grammatica è identica, e comincia sempre allo stesso modo: prima si smette di vedere una persona.  
  
"Aiuto, basta". "Aiuto, sto morendo". "I can't breathe". Le stesse tre parole, a distanza di anni e di confini, vocabolario sordo di chi non viene più visto come un essere umano mentre muore. Saranno i giudici ad attribuire le responsabilità, a tenere o meno conto di Strasburgo. A noi resta da chiederci cosa abbiamo smesso di vedere. Una società si misura anche dalla sua capacità di restare senza fiato davanti a un uomo che perde il proprio. E nei giorni scorsi, Bologna ha perso il respiro.