Vannacci vostri

Il generale che parla come al bar è ormai un personaggio arcitaliano, un Sordi in mimetica. Ma la maschera bonaria in tv è il problema minore: quello vero è la mano pesante di chi, fuori dallo studio, prende il copione alla lettera.

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Vannacci vostri


Domenica sera, La7, "In Onda". Roberto Vannacci sta spiegando a Marianna Aprile e Luca Telese perché non gli va giù "questa procedura gramsciana" di usare il diritto penale come strumento di educazione — a proposito del reato di femminicidio. Telese lo ferma: Gramsci non c'entra, è morto in carcere durante il fascismo. E il generale, col tempismo del comico consumato, replica: "Ci fa piacere". Studio in subbuglio, Aprile che incalza — "come, scusi?" — e lui che si rifugia dietro il cavillo: mi fa piacere che ci abbia ricordato un fatto storico.
Ecco Vannacci in tre secondi di televisione. La battuta che sembra una gaffe e forse è una provocazione, o forse tutt'e due, tarata per far ridere i suoi e indignare gli altri, e comunque per finire in clip. È il suo genere, ed è bravo. Ed è esattamente per questo che conviene smettere di fissare il dito — la boutade in studio — e guardare la luna: cosa succede quando quel registro esce dallo schermo.

Perché è uscito, nello stesso identico weekend. A San Benedetto del Tronto, sabato sera, un imprenditore del lusso di nome Giuseppe Barboni — tesserato di Futuro Nazionale, a cena col generale alla Costituente del partito, un curriculum tra yacht in affitto, jet privati, quasi mezzo milione di follower e centoquaranta incontri di lotta greco-romana — ha fatto ciò che il copione, tradotto in strada, autorizza. Un uomo iracheno, senza fissa dimora e in evidente stato di alterazione, bloccava il traffico sulle strisce. Barboni, reduce (parole sue) da un gelato, gli ha scaraventato via la bicicletta, l'ha atterrato e l'ha colpito a pugni in mezzo alla via. Poi ha postato il video su Instagram.

L'iracheno non era un passante qualunque. Secondo le ricostruzioni locali dava problemi da giorni, aveva minacciato agenti, era già passato dal commissariato; lo Stato, come troppo spesso succede, non aveva risolto niente. E dove lo Stato lascia un vuoto, ci si infila il giustiziere. Che nel 2026 è abbronzato, ha il personal trainer e mezzo milione di estimatori, e la spedizione punitiva non la nasconde — la carica nei reels, sicuro che "la misura è colma" e che il pubblico applaudirà (ha applaudito).

Due uomini, lo stesso identico gesto retorico: seppellire la parola 'fascismo' per poterne agire la sostanza indisturbati.

Interpellato dai cronisti, Barboni ha respinto l'accusa di squadrismo con una frase da rileggere accanto a quella del suo leader: "Il fascismo è un periodo storico morto". Vannacci: "Ci fa piacere". Due uomini, lo stesso identico gesto retorico: seppellire la parola per poterne agire la sostanza indisturbati. Il generale gioca con le parole in studio. Il suo tesserato passa ai fatti sul lungomare. E in mezzo, il silenzio. Perché su questa vicenda Vannacci non ha detto niente. Nessuna condanna, nessuna presa di distanza — quella semmai l'ha messa a verbale il sindaco di centrodestra della città, parlando di legalità e "distanze". Dal leader, il vuoto. Che in politica è già una risposta: la più comoda, perché non aliena né il giustiziere né i suoi cinquecentomila fan, e non sporca di responsabilità.

La vera notizia su Vannacci non è nei suoi libri ("Il mondo al contrario" resta il breviario ideologico, ma è ormai archeologia) né nelle sue battute. È in ciò che, consapevolmente o meno, sdogana. Il personaggio, preso da solo, è quasi rassicurante: un Alberto Sordi in mimetica, un arcitaliano tutto d'un pezzo che dice le cose come stanno, qualunquismi snocciolati col sorriso bonario del vicino d'ombrellone. Il guaio è l'effetto: in un Paese stanco, incarognito e mal governato — e per una greve minoranza che nutre nostalgie precise — quel sorriso funziona da lasciapassare. Non serve che il generale ordini niente. Basta che renda dicibile, e poi guardi altrove mentre qualcuno passa dal dire al fare. Avvenire, quindi non un covo di antifascisti militanti, ha titolato: "Piccoli Vannacci crescono".

Nel frattempo, la Supermedia YouTrend/Agi del 9 luglio dà Futuro Nazionale al 6,2%, sopra il 6% per la prima volta, e sopra la Lega ferma al 5,8% — il Carroccio sotto quella soglia per la prima volta dal 2014. Sorpasso storico, prime pagine, il generale che sfotte Salvini. Ma leggete la riga che nessuno legge: il centrodestra nel suo complesso arretra esattamente della stessa misura, meno 0,9. Ogni voto che Vannacci guadagna, la sua ex coalizione lo perde. Non allarga la destra: la mangia. Il Financial Times parla di sfida seria per Meloni, e ha ragione — non perché porti voti nuovi, ma perché li sposta. E con la maggioranza data al 42,3%, sotto il campo largo al 44,7%, e una riforma elettorale — lo "Stabilicum", ironia della sorte firmata dal centrodestra stesso — che assegnerebbe il premio solo oltre una soglia verso cui quella maggioranza sta scivolando, ogni decimale è sangue. Vannacci non è il futuro della destra. È la sua guerra civile, combattuta a colpi di sondaggio dentro lo stesso condominio.

In un Paese stanco, incarognito e mal governato, quel sorriso funziona da lasciapassare.

Il generale è la maschera che l'Italia arrabbiata si è scelta: comoda, televisiva e deresponsabilizzante. Ma qualcuno ha già ricominciato a menare le mani e a filmarsi mentre lo fa, certo che gli daremo un cuoricino.